Capitolo III

Quando Chris accostò la macchina ad un vialetto, Vanessa si rese conto che la casa che aveva di fronte era uguale a tutte le altre che aveva visto quando era passata quella mattina.

Era una villetta anonima su due piani, con un piccolo giardino davanti tanto curato e spoglio quanto lo era la veranda, la cui unica nota di colore erano tre sedie verde smunto che sembravano dimenticate lì per sbaglio.

Il viaggio dall’università non era stato lungo, ma la stanchezza che aveva accumulato in quella giornata le sembrava sufficiente per l’intera settimana. Il solo pensare di incontrare altre persone, di interagire con qualcuno di nuovo, la sfiancava al punto da farle sperare che in casa, per un colpo di fortuna, non ci fosse nessuno.

Per questo dovette sforzarsi di nascondere una smorfia quando una chioma bionda apparve sulla porta d’ingresso.

Ancora una volta fu Hannah a muoversi per prima, mentre Chris apriva il bagagliaio per tirare fuori il borsone da viaggio e lo passava a Vanessa, che colse l’occasione della distanza per osservare il ragazzo all’ingresso.

La prima cosa che notò è che era alto, almeno due spanne in più di Hannah e perciò tre più di lei. La seconda furono i suoi vestiti, un felpone e pantaloni della tuta talmente stropicciati che doveva averli raccolti da una pila di vestiti all’ultimo momento per andargli ad aprire. Anche i suoi capelli, di un biondo slavato molto più scuro di quanto aveva immaginato, sembravano essere stati attraversati dalle sue dita più che da una spazzola.

L’ultima cosa a cui pensò, mentre lo guardava salutare Hannah e stringerla in un breve abbraccio, fu che sembrava una fotografia: tutto di lui, persino l’abbigliamento, sembrava immutabile, un’immagine scattata per sbaglio, uno scorcio di vita che rimane fisso nel tempo e che, per quanto imperfetto nel momento, conforta nella sua innaturale stabilità.

Sembrava nato per stare lì, in quella veranda e con quei vestiti, a sorridere ad Hannah con uno sguardo così posato ma deciso che doveva convincere anche la persona più diffidente della sua affabilità. Un sorriso che doveva ammaliare il destinatario, convincendolo che quella conversazione fosse per lui la cosa più importante della sua vita.

La voce di Chris la riportò bruscamente alla realtà. “Sai che io e Hannah dobbiamo andare via entro stasera, vero?”

Vanessa si trattenne dallo sbuffare e senza voltarsi a guardarlo afferrò il borsone e si diresse verso la veranda.

Per Hannah il suo nuovo coinquilino Eric era “come un nipote, senza l’obbligo di sangue e con tutti i privilegi della scelta”. Quando la sentì parlare, Vanessa non poté fare a meno di confrontare la donna che aveva conosciuto in quel mese con la versione allegra e spensierata che stava parlando in quel momento.

“… me lo ha raccontato l’ultima volta che ci siamo sentiti al telefono. Ancora non ci credo che hai dato fuoco a tutta la carne sulla graticola, non credevo nemmeno fosse possibile.”

“Dovresti vedere le foto che ha scattato mio padre, sembrava che avessi dato fuoco a metà del giardino” stava raccontando Eric, con lo stesso sorriso brillante che Vanessa aveva già visto da lontano.

“E poi zia Pam ha tirato fuori il telefono dalla borsa e come se niente fosse ha chiamato la pizzeria del centro per confermare l’ordine che aveva fatto due giorni prima. Avrei voluto prendermela, ma ero troppo felice che ci fosse qualcosa di commestibile da mangiare oltre le patatine in sacchetto dello zio.”

“La prossima volta andrà meglio, sono sicura.”

“Dallo sguardo che mio padre ha lanciato al suo barbecue non penso che accadrà molto presto.”

Entrambi risero, poi si voltarono verso Vanessa con un movimento così sincronizzato da farla arretrare. Hannah le fece segno di avvicinarsi.

“Vanessa, questo è Eric, uno dei tuoi nuovi coinquilini.”

“Ciao,” disse lui rimanendo fermo ma offrendole un altro dei suoi sorrisi, “mi dispiace che Matthew non ci sia, ma è dovuto partire presto per lavorare con il suo gruppo di studio. Cercherò comunque di fare gli onori di casa, ma vi avviso, il nostro ex coinquilino ha portato via quasi tutte le foto dalle pareti e uno dei divani, quindi il soggiorno sembra completamente abbandonato.”

Vanessa cercò di sorridere e seguì Eric in casa, muovendo il borsone davanti a sé per evitare di sbatterlo da qualche parte.

Quando Hannah le aveva detto di averle trovato una stanza doppia nel dormitorio di Omaville – un’impresa ardua a ridosso dell’inizio delle lezioni – Vanessa era sbiancata, ma aveva cercato di annuire.

Solo dopo notti insonni, Hannah l’aveva messa all’angolo e costretta ad ammettere qual’era il problema: condividere una stanza con qualcuno che aveva dei poteri magici la terrorizzava.

Così come la terrorizzava condividere gli spazi quando lei stessa non aveva idea di come la sua magia funzionasse: se fosse scoppiata di nuovo a sua insaputa, avrebbe preferito trovarsi in un posto isolato dove l’unica persona che poteva ferire era sé stessa .

L’aveva colpita la facilità con cui Hannah l’aveva ascoltata e aveva trovato una soluzione: sapeva che i soldi non erano un problema, perché i suoi si erano offerti di pagare tutto il necessario purché andasse via immediatamente da casa, ma rimase comunque stupita quando, appena due giorni dopo, Hannah l’aveva avvisata di essere riuscita a trovarle una camera singola in affitto nella casa di un amico di famiglia.

La stupiva, più di tutto, la semplicità con cui il suo problema aveva trovato una soluzione, come se il suo solo esistere non fosse già un grande debito che impediva la concessione di lussi aggiuntivi.

Quando Hannah le aveva chiesto se era un problema condividere la casa con due ragazzi, Vanessa l’aveva guardata confusa prima di dirle che per lei non faceva alcuna differenza. Solo più tardi si era domandata cosa avrebbe fatto se Vanessa le avesse detto che non voleva farlo. Che le trovasse un nuovo posto dove stare, che cercasse di accontentarla ancora una volta, le sembrava inconcepibile.

La casa che Hannah le aveva presentato come “un posto tranquillo dove stare” era molto più spaziosa e ordinata di quando Vanessa si era aspettata: a parte il salotto, che sembrava effettivamente abbandonato dato che conteneva solo una televisione a muro che guardava ad un tavolino di legno, il resto della casa era arredato con cura, con mobili che non dovevano avere più di qualche anno.

Eric faceva da guida da una stanza all’altra come se fosse incaricato di mostrare un museo, indicando gli scaffali vuoti in cucina che avevano liberato per Vanessa, lo sgabuzzino dove tenevano tutto il necessario per pulire e persino il giardino, che a differenza del prato sul davanti aveva un’aria molto più vissuta, con le sedie di legno intorno ad un grande tavolo, le palle da calcio, rugby e basket raccolte in una cesta vicino ad un canestro troppo inclinato in avanti per essere stato costruito così.

“Avete una vasca idromassaggio!” furono le prime parole di Vanessa, troppo sorpresa dall’enorme struttura che occupava un angolo del giardino.

Eric rise e annuì.

“Mio padre non ha voluto sentire ragioni, dice che ogni casa per studenti che si rispetti deve avere una vasca idromassaggio in giardino. A me non sembrava così necessaria, ma per ora nessuno degli ospiti si è lamentato” anche se Vanessa non riusciva a vedere Hannah, immaginò che dovesse aver lanciato uno sguardo a Eric, perché lui si affrettò ad aggiungere: “Ovviamente non abbiamo sempre ospiti! Ogni tanto viene qualche amico e ogni anno organizzo qualche festa in giardino d’estate, ma durante l’inverno le cose qui sono molto più tranquille.”

Vanessa si chiese cosa gli aveva raccontato di lei Hannah. In realtà, fino al mese prima, le feste in giardino erano state parte integrante della sua vita, ma in quel momento l’idea di condividere lo spazio con una sola persona la spaventava, figurarsi con un intero. Probabilmente la cosa non era sfuggita ad Hannah, anche se non ne avevano mai apertamente parlato.

“Non preoccuparti” disse Vanessa, cercando di sorridergli rassicurante, “è casa tua, puoi invitare chi vuoi.”

“È anche casa tua adesso”, precisò Eric, “e la tua opinione vale tanto quanto la mia e quella di Matt. Perciò se c’è qualcosa che vuoi cambiare o che non ti sta bene, ne possiamo parlare insieme senza problemi. Ma prima ti faccio vedere la tua stanza”, continuò, tornando in casa e dirigendosi verso le scale che portavano al piano di sopra.

“Il bagno di sotto è quello che usiamo per gli ospiti, mentre qui c’è quello che usiamo noi. La tua camera è uno studio riconvertito, quindi è un po’ più piccola di quella mia e di Matthew, ma ha l’illuminazione migliore. Come per il salotto, il nostro vecchio coinquilino si è portato via qualche mobile, ma possiamo andare insieme a comprarli nei prossimi giorni.”

La camera era molto più piccola di quella che Vanessa aveva a casa dei suoi genitori, ma la grande finestra che dava sulla strada diffondeva una luce naturale che ripagava di tutto lo spazio mancante.

Invece che sui mobili, che Eric le stava indicando, il suo sguardo cadde sugli scatoloni che erano stati appoggiati di fianco al suo letto. Essendo stata costretta a lasciare la sua casa senza il tempo di fare nessuna valigia, si era occupata Hannah di organizzare con sua madre la spedizione di tutte le sue cose.

Anche senza controllare il contenuto, Vanessa si rese conto che erano troppo pochi per contenere tutto quello che le apparteneva. Come assuefatta si avvicinò ai primi scatoloni in alto, che riportavano nella calligrafia pulita e chiara di sua madre le diciture vestiti invernali, scarpe, libri universitari.

“Mancano i miei libri.”

Vanessa registrò appena i movimenti di Hannah, troppo impegnata a spostare gli scatoloni per poter aprire quello che conteneva i libri universitari.

“Nella mail dice che hanno spedito sette scatoloni. Dovrebbero esserci tutti.”

Gli scatoloni erano effettivamente sette e dentro quello che aveva aperto erano impilati tutti i libri che aveva usato nel suo primo anno di università.

Ma mancavano tutti i suoi libri, quelli che aveva letto crescendo, quelli che aveva sottolineato, imbrattato con scritte, orecchie, post-it. Quelli che vedeva ogni mattina quando si alzava e ogni sera quando si addormentava.

“Magari te li manderanno più avanti” disse Eric, anche se il suo tono era molto meno convincente di quanto Vanessa avrebbe sperato.

“Magari hanno pensato che non ti servissero” provò Hannah, cercando di essere più risoluta.

“Magari” rispose, ma non ci credeva neanche lei. Sua madre sapeva quanto teneva ai suoi libri e suo padre la prendeva sempre in giro quando tornava a casa con le buste piene di nuovi titoli.

Non li avevano dimenticati, si erano rifiutati di inviarli. Perché quei libri erano della vecchia Vanessa, della Vanessa che non aveva poteri magici. Che una cosa del genere, per quanto grande, potesse distruggere anni di amore, per lei era incomprensibile.

Vanessa avrebbe voluto odiarli per questo, ma come poteva biasimarli? Anche lei era terrorizzata da quei poteri, anche lei non sapeva chi fosse questa nuova persona che si sentiva di essere.

“Possiamo andare in libreria uno di questi giorni, così ne puoi comprare di nuovi” propose Eric e Vanessa si voltò verso di lui sorpresa, ricordandosi solo in quel momento di avere un pubblico.

Per questo cercò di schiarirsi la gola e di tirare fuori uno dei suoi sorrisi di prima, quelli che indossava per fingere che tutto, nella sua vita, fosse ciò che desiderava. “Certo, mi farebbe piacere. Devo vedere qualcos’altro?”

Eric sembrò preso in contropiede, ma così come era apparsa la sua confusione sparì dietro ad un sorriso gentile.

“Ti faccio vedere il bagno, ci sono due scaffali a testa vicino allo specchio e un posto dove puoi mettere asciugamani e prodotti vari.”

“D’accordo” rispose e lo seguì mentre finivano il tour della casa.

Quando tutti e tre si trovarono davanti alla porta senza sapere cosa dire si voltò verso Hannah.

“Voi dovete ripartire, no? Dovete tornare indietro entro stasera.”

“Sì. Sei sicura che non ti serva nient’altro?”

Vanessa scosse la testa, con tutta l’enfasi che la stanchezza le permetteva.

“Hai il mio numero di telefono e quello di Chris, se hai bisogno di qualsiasi cosa non esitare a chiamarci, d’accordo?”

“Va bene.”

“E tu” disse a Eric, puntandogli un dito contro “vedi di fare il bravo.”

“Io sono sempre bravo!” esclamò, alzando le mani al cielo.

“Vedremo. Tornerò tra un mese per una visita di controllo, ma resterò sempre disponibile se avessi bisogno prima di allora.”

Vanessa annuì di nuovo e questa volta Hannah non sembrò trovare niente da aggiungere.

“D’accordo, allora noi andiamo. Tu sistemati e contatta Mr. Harrison per il piano di studi. E…” sembrò tentata di aggiungere qualcosa, ma poi cambiò idea. Fece un cenno verso Vanessa, abbracciò brevemente Eric e uscì dalla casa.

Anche senza seguirla con lo sguardo, Vanessa sapeva che non si sarebbe voltata a salutarla una seconda volta. Ne fu sollevata, perché non avrebbe saputo cosa dirle se lo avesse fatto.

Si rese conto troppo tardi, quando ormai la macchina doveva essere lontana da Omaville e lei stava spacchettando il terzo scatolone di vestiti, che non l’aveva nemmeno ringraziata. Il pensiero la turbò e per un po’ rimase seduta sul pavimento, stringendo una delle sue felpe perfettamente stirate fino a quando non le passò la voglia di piangere.

Quando Eric bussò alla porta, Vanessa era ormai all’ultimo scatolone da sistemare. Aveva spolverato tutto, fatto il letto, diviso i vestiti nell’armadio e appoggiato lo scatolone dei libri di fianco alla scrivania, promettendosi di riprenderlo in mano un giorno. Aveva anche fatto una lista delle cose che le servivano, tra cui spiccavano la cancelleria per l’università e qualche cuscino per il suo letto, oltre che le candele profumate se ne avesse trovata qualcuna a buon prezzo. Si era resa conto che aveva bisogno anche di un nuovo ammorbidente, perché l’odore che avevano i suoi vestiti le ricordava troppo la casa che non aveva più.

“Come sei messa?” chiese Eric, rimanendo fermo sulla porta. Si era cambiato: portava una camicia nera che le sembrò troppo elegante per i pantaloni della tuta che ancora aveva addosso. Le braccia, che prima erano nascoste sotto la felpa larga, erano adesso in bella mostra. Era molto più in forma di quanto non avesse immaginato.

“Hai mai fatto sport?” gli chiese, per poi arrossire e distogliere lo sguardo.

Eric rise divertito, anche se sembrò per un attimo tentato di nascondere le braccia dietro la schiena quando Vanessa tornò a guardarlo.

“Ho giocato a basket per tanti anni. Adesso faccio palestra più che altro” aspettò, lasciando spazio a Vanessa di aggiungere qualcosa. Quando lei rimase in silenzio aggiunse: “Hai fame?”

Vanessa guardò nella parete sopra la scrivania, dove in camera sua era appeso il suo orologio. Quando si rese conto che la parete era vuota, frugò in giro per trovare il suo telefono.

“È quasi l’una. Matt è tornato dall’università e ha preparato qualcosa da mangiare. Se vuoi unirti a noi te lo presento.”

Vanessa esitò, ma proprio in quel momento il suo stomaco brontolò. Arrossì di nuovo e si alzò, scuotendo dai pantaloni della polvere invisibile. “Potrei mangiare qualcosa.”

Eric annuì e sparì dal suo campo visivo. Quando sentì che ormai era in fondo alle scale, Vanessa cercò di respirare profondamente. Erano passati anni da quando aveva provato a fare amicizia con qualcuno e non aveva mai allenato l’arte della conversazione casuale: solitamente lasciava che Sara e Tamara facessero gli onori, parlando anche per lei e permettendole di interagire solo con le persone con cui aveva davvero voglia di chiacchierare.

L’idea di dover piacere a qualcuno di nuovo le piantava i piedi nel pavimento impedendole di fare un solo passo. Solo il pensiero che i due coinquilini la stessero aspettando per mangiare la convinse a muoversi fuori dalla camera.

Scese le scale in fretta, poi si fermò sull’ultimo gradino a riprendere fiato e ripartì con un ritmo più normale.

Dalla cucina arrivava un odore speziato e la voce di Eric: “… non ci credeva nemmeno lui, ma poi Clara si è alzata e ha iniziato questo assurdo monologo sulle basse aspettative dei professori e sugli esami strutturati per garantire il fallimento e prima che me ne rendessi conto la classe è insorta.”

“Quale classe è insorta?” chiese Vanessa, sperando che fosse il modo giusto per introdursi nella conversazione.

“Quella di Eric. A quanto pare il professore voleva annullare la sua prova perché Eric ha preso il massimo dei voti e il suo test era strutturato perché non succedesse” rispose Matthew, che non alzò lo sguardo dal wok in cui stava sfrigolando qualcosa. Non era molto più basso di Eric, ma la differenza era acuita dalle sue spalle incassate e la testa bassa, che gli facevano perdere qualche altro centimetro.

Come Eric, sembrava a suo agio nella cucina, per niente disturbato dalla presenza di un’estranea, ma si limitò ad alzare lo sguardo verso Vanessa e farle un cenno prima di tornare a quello che stava cucinando.

Vanessa aveva immaginato Eric come il Gatsby della situazione, sempre pronto ad accogliere con braccia aperte il nuovo arrivato e presentarlo e tutti i suoi conoscenti. Matthew le dava un po’ la sensazione opposta, il tipico invitato che ti si presenta di fianco se per caso nessuno ti parla durante la serata, ma che altrimenti preferisce rimanere nel suo angolo.  

“Io studio come un pazzo, mi faccio venire gli incubi per colpa di quel maledettissimo libro, e lui ha il coraggio di dirmi che ho barato?” disse Eric, trascinando Vanessa fuori dai suoi pensieri.

“Beh, alla fine la classe ti ha difeso e tu hai tenuto il tuo voto, no?” disse Matthew, facendo un gesto a Eric verso una delle credenze.

“Ma ci mancava solo che mi annullasse la prova. Mi ha solo stupito la veemenza con cui hanno preso le mie difese” disse Eric, passando a Matthew tre ciotole.

“Ti avrebbero difeso anche se avessi ammesso davanti a tutti di aver copiato, Eric. In quella classe ti guardano tutti come un dio.”

Eric incrociò le braccia.

“Non è vero! Gli sono simpatico, sì, ma lo hanno fatto per una questione di principio.”

“Smettila di fare il broncio e vieni a mangiare. Attenta che scotta” disse Matthew sorridendole timidamente, mentre si voltava verso Vanessa per passarle una delle ciotole. Vanessa la afferrò e la appoggiò per evitare di ustionarsi le dita, poi prese posto su uno degli sgabelli.

Eric afferrò una delle altre ciotole e la mise di fianco a Vanessa, poi sbuffò sonoramente.

“Ecco chi ti è toccato come secondo coinquilino, Vanny. Matt è gentile solo con i suoi videogiochi e la sua fidanzata, quindi non ti aspettare nessun tipo di conforto da lui.”

“Ma cosa vuol dire?” disse Matthew nello stesso momento in cui Vanessa domandò: “Vanny?”

Eric fece finta di non sentire Matthew e si rivolse invece a Vanessa, sorridendo.

“Ti piace? Ho pensato a un diminutivo anche per te visto che ne uso uno per tutti,” sembrò riflettere un attimo, “se non ti piace lo posso cambiare.”

“No no, Vanny va bene, credo” disse Vanessa, prima di portare la forchetta di cibo alla bocca.

Si rese conto troppo tardi di non aver guardato cosa ci fosse nel suo piatto. Quando sentì la sua gola protestare, scattò in piedi.

“Vanny?” chiese immediatamente Eric, dimenticando il battibecco con Matthew.

“Io… sono allerg-allergica alle noci… merda” concluse, perché non aveva trovato nessun kit impacchettato tra le sue cose né aveva pensato di comprarne uno per quelle settimane. Il fatto che non avesse una reazione allergica ormai da anni non andava a suo vantaggio, perché non riusciva a ricordare cosa dovesse fare, chi dovesse chiamare, quanto tempo aveva prima di smettere completamente di respirare.

Ma non ce ne fu bisogno, perché come si era chiusa, la sua gola si aprì.

Il primo, irrazionale pensiero fu di essere morta. Poi, con l’aria che scorreva liberamente nella sua gola, si accorse di Eric, in piedi davanti a lei con una mano stretta nella sua, nello stesso momento in cui sentì lo stesso formicolio che aveva sentito quella mattina con Mr. Harrison scorrergli in corpo.

Provò a ritirare la mano che Eric le stava stringendo, ma lui la strinse più deciso.

“Non farlo, è l’unico modo per impedirti di andare in shock anafilattico.”

Vanessa lo guardò sorpresa, poi guardò le loro mani, semplici e uguali a tutte le mani che aveva visto fino a quel momento. Non c’era traccia di magia.

“Cosa stai facendo?” sussurrò, preoccupata di sprecare più fiato di quanto ne avesse a disposizione.

“Sto impedendo alla tua gola di chiudersi. Non posso far sparire la reazione allergica, ma posso tenerla sotto controllo finché non torna Matt con il kit”.

“Ma come fai?”

“Con la mia magia. Sono un curatore, molto utile se come me vuoi lavorare in campo medico.”

“Da quanto sei un curatore?”

Eric continuava a guardare le loro mani e Vanessa si chiese quanto faticoso fosse per lui quel tipo di magia. “Sono un risvegliato da quando ho dieci anni, ma un curatore vero e proprio da poco, non è…” si interruppe e Vanessa sentì Matthew che si avvicinava.

“Devi fare tu la puntura Vanny, oppure può fartela Matt?”

“Io… non ho un buon rapporto con le siringhe” ammise Vanessa.

Eric annuì. “Allora girati dall’altra parte un attimo.”

Il tono di Eric era tanto professionale quanto rassicurante e Vanessa lasciò che la distraesse mentre lui continuava a parlarle del nulla. Sentì la puntura e si impose di non muoversi e tirò un sospirò di sollievo quando Matt disse di aver finito.

Eric le lasciò andare la mano ma le rimase vicino e per un attimo Vanessa temette che non avrebbe funzionato. Ma la sua gola rimase aperta e l’aria continuò a raggiungere i suoi polmoni senza difficoltà.

“Vuoi sederti? Bevi un po’ d’acqua” le disse Eric, togliendo la ciotola di cibo e passandole un bicchiere.

Matt la osservava preoccupato dall’altra parte del bancone.

“Mi dispiace, non ho pensato di chiederti se avessi delle allergie.”

“E io mi sono dimenticata di dirtelo, non è colpa tua” cercò di rassicurarlo Vanessa. Non le era neanche passato per la mente di controllare, perché non aveva mai dovuto farlo. A sei anni aveva avuto la prima reazione allergica e da quel momento non aveva più visto noci in casa sua, né in quella di Sara e Tamara. Quando mangiavano fuori andavano sempre negli stessi tre ristoranti e quando andava ad una festa a casa di qualcuno, mangiava sempre e solo delle patatine dai sacchetti.

Vanessa cercò di trattenere il brivido che sembrava scuoterla dall’interno e per un attimo sperò di essere sola. Non aveva mai più avuto un attacco dopo il primo, perché era stata in una bolla che l’aveva protetta per tutti quegli anni. E ora quella bolla era scoppiata e lei era improvvisamente diventata vulnerabile a qualsiasi cosa. A cos’altro doveva stare attenta? A cosa non era preparata ora che non c’era più nessuno a proteggerla dal resto del mondo?

Il suo primo desiderio era di chiamare sua madre, chiederle di farle un elenco preciso e puntuale che lei poteva seguire alla lettera. Aveva sempre seguito la schiena degli altri come unico strumento di orientamento mentre  ora era davanti da sola, in un labirinto con troppe scelte e nessuna indicazione.

Una mano, quella di Eric, apparve nel suo campo visivo nello stesso momento in cui lui disse: “Vanny?”

Vanessa rimise a fuoco la cucina, la mano che le copriva parte della visuale, per poi voltarsi  verso Eric che la osservava preoccupato.

“Scusa, mi sono distratta. Stavi dicendo qualcosa?”

“Ti ho chiesto se hai qualche altra allergia.”

“Oh… no, non credo… No, no, non ho altre allergie, credo…” disse, anche se le uscì più come una domanda.

“Sicuramente hai un documento con tutte le informazioni da qualche parte. In ogni caso domani quando andiamo in città ci possiamo fermare in farmacia a comprare un kit per sicurezza.”

“Okay” rispose frustrata dal non averci pensato lei per prima. Continuando così, sarebbe morta in una settimana a Omaville senza nemmeno aver bisogno di imparare a controllare la sua magia.

“Posso prepararti qualcos’altro” intervenne Matthew, che intanto stava analizzando il contenuto del frigo.

“Mi basta anche solo una ciotola di latte e cereali. Non stare a cucinare qualcos’altro per me.”

“Ma non è un problema, se vuoi…”

Vanessa stava già scuotendo la testa. “No no, davvero. Non ho nemmeno così tanta fame”

Matt annuì senza guardarla e tirò fuori dal frigo un cartone di latte e dei cereali da una credenza. Il tutto mantenendo la stessa espressione corrucciata di cui Vanessa si sentiva particolarmente colpevole.

“Cosa avevi cucinato? Dall’aspetto sembrano buoni” chiese, tentando di distrarlo.

Matt le passò i cereali e tornò a sedersi.

“Spaghetti udon con verdure. La ricetta che mi ha insegnato mia madre ha anche i gamberetti, ma io preferisco la versione vegetariana.”

“Sua madre è spaziale quando si parla di cibo. Gli manda sempre scatoloni pieni di cose buonissime” disse Eric tra un boccone e l’altro.

“È una cuoca? O lo fa per passione?”

“Era una cuoca, ma ha smesso per darsi al volontariato qualche anno fa. Dato che io e mio fratello ci manteniamo quasi interamente da soli non ha più bisogno di fare orari assurdi.”

“Ho capito. E tuo padre?”

“Mio padre si è risposato quando ero molto piccolo, non l’ho visto molto mentre crescevo.”

“Mi dispiace.”

Matthew scrollò le spalle.

“A me non tanto”

Vanessa annuì, poi aggiunse: “Tua madre vive qui a Omaville?”

Matthew fece una pausa, mandando giù un boccone che sembrava più grande degli altri.

“No, io sono l’unico risvegliato della famiglia”

Vanessa avrebbe voluto chiedergli di più, ma notando la tensione nelle spalle di Matthew si trattenne. Spostò invece la sua attenzione su Eric, che aveva osservato lo scambio in silenzio.

“Anche tu sei l’unico risvegliato della tua famiglia?”

Eric annuì.

“Sono sulla rotta per diventare il primo magedico della mia famiglia!”

“Ancora con quella parola?” disse Matthew alzando gli occhi al cielo.

“La devo usare il più possibile, altrimenti le persone la dimenticheranno.”

“Ma cos’è un magedico?”

“Non cosa, chi” la corresse Eric “È un medico capace di usare la magia. Un mago medico, ovvero un magedico.”

“Non farti ingannare”, lo interruppe Matthew, “non esiste nessuna specializzazione con questo nome. Diventerà un semplice medico specializzato in cure magiche. Sta provando a far andare di moda questa parola da quando è arrivato, ma per fortuna nessuno lo ha preso sul serio.”

“Nessuno? Mi sembra che tu non abbia avuto problemi a credermi”, disse Eric con un ghigno.

“Ci ho creduto perché non conoscevo nessuno, idiota! E così ho fatto pure una figuraccia con la coordinatrice del mio dipartimento e con metà dei miei compagni di corso.”

“Ma che colpa ne ho io se mi hai creduto sulla parola”, il tono di Eric era così fintamente innocente da non ingannare nemmeno Vanessa, “Sei un genio dei computer e non hai nemmeno pensato di googlare “magedico”? Non puoi… ehi! Quello è il mio pranzo!”

La prima reazione di Vanessa, quando vide la ciotola di Eric a mezz’aria, fu saltare indietro e scappare in un’altra stanza. Invece strinse i pugni costringendosi a rimanere seduta.

“Prima regola in un ristorante: se vuoi mangiare del buon cibo, non insultare il cuoco.”

“No, la prima regola in un ristorante è il cliente ha sempre ragione.”

Matthew scrollò le spalle: “Mio ristorante, mio cibo, mie regole.”

“Come fai… a farlo volare?” chiese Vanessa, fallendo nel riprodurre il tono noncurante che aveva testato mentalmente.

Matthew sembrò ricordare solo in quel momento che c’era un’altra persona nella stanza e quando Eric afferrò la ciotola essa ritornò a rispondere alle leggi della gravità.

Eric fece un sospiro sollevato, come se fosse felice che il suo cibo fosse salvo, mentre Matthew la guardò brevemente prima di tornare al suo cibo.

“Scusami, non volevo spaventarti.”

“Non mi hai spaventata” disse Vanessa. Era una mezza bugia: l’aveva spaventata, ma al contempo non voleva sentirsi in quel modo perché, razionalmente, sapeva che non era la cosa peggiore che i poteri fossero in grado di fare. “Mi hai solo sorpresa, tutto qui. Quindi sei capace di far volare le cose?”

“Anche. Ho sviluppato qualche anno fa delle capacità telecinetiche, ma adesso sto lavorando per diventare un dormiente.”

“Vuole diventare un dormiente e tornare a casa dalla sua fidanzata per chiederle di sposarlo” aggiunse Eric. Quella semplice frase la riportò indietro, a un mondo di normalità e piccoli pettegolezzi su un mondo nel quale la cosa più entusiasmante di cui parlava con le amiche erano le cotte delle altre ragazze del gruppo.

“Davvero? Come si chiama?”

Matthew arrossì violentemente e lanciò una occhiataccia a Eric, che per risposta afferrò la sua ciotola e la avvicinò al petto. Matthew sbuffò, continuando a muovere gli ultimi udon che aveva nella ciotola. “Olivia.”

“Come l’hai conosciuta?”

“Frequentavano lo stesso liceo. Sono stati compagni di classe per anni prima che il nostro caro Matt si decidesse a dichiararsi alla povera Olivia il giorno prima dell’inizio delle vacanze estive. Poi è sparito per tre mesi senza una chiamata o un messaggio. Quando sono tornati a scuola l’anno dopo, Olivia si è presentata in classe e gli ha buttato addosso una bottiglia di acqua ghiacciata. Poi gli ha chiesto di mettersi insieme.”

“Perché ti ha buttato addosso dell’acqua ghiacciata?” domandò stupita Vanessa.

Eric fece un gesto a Matt, che si coprì la faccia con una mano prima di sussurrare: “Ha detto che era per ripagarmi della doccia fredda di tre mesi prima.”

Suo malgrado Vanessa si trovò a ridere. “Mi sta già simpatica!”

“Olivia piace a tutti. A volte ha delle reazioni un po’… eccessive, ma quando si impunta su una cosa non c’è verso di farle cambiare idea” disse Matthew, sorridendo dolcemente per la prima volta. Tanto veloce quanto era arrivato, il suo sorriso fu sostituito da una smorfia e Matthew si alzò e si scusò prima di uscire dalla stanza.

Eric prese la sua ciotola, ormai vuota, e quella di Matthew, poi si voltò verso Vanessa.

“Non hai ancora mangiato niente, se vuoi ti tengo compagnia ancora un po’, ma poi devo tornare in università.”

“No no, vai pure…” Vanessa esitò prima di sussurrare: “Ho detto qualcosa di sbagliato?”

Eric scosse la testa “Parlare della sua fidanzata lo mette di buon umore fino a quando non si ricorda che non può vederla.”

“Perché?”

“Quando Matt è stato trasferito a Omaville lei non ha potuto seguirlo.”

“Solo i risvegliati possono vivere a Omaville?”

“No, chiunque può venire a vivere qui.”

Quando Eric non aggiunse niente, Vanessa non insistette. Parlarono ancora un po’ del più e del meno, poi quando lui uscì per andare in università Vanessa tornò in camera sua. Aveva un libro, l’unico superstite, nel borsone da viaggio, ma prima di poter finire la prima pagina si addormentò.