L’amica Geniale. Perchè piace così tanto?

Articolo di @littlereadersophia

La ragione per cui non ho letto la serie de L’amica Geniale per così tanto tempo è solo una: mia madre mi aveva assicurato che non mi sarebbe piaciuta.
All’epoca mi sono fatta convincere dalle sue parole e, oggi, con la lettura dei quattro volumi alle spalle, posso darle ragione: non mi sarebbe piaciuta. Allora.

Perché quando è uscita L’amica Geniale io avevo 14 anni, pochi di più quando ha cominciato davvero a infiltrarsi nelle nostre vite diventando un caposaldo della letteratura italiana.
E quando mia madre lo ha letto, io ero ancora una studentessa del liceo, pronta a partire verso Milano con la testa piena di sogni e la certezza che la mia vita fosse ad un punto di svolta.

Per questo, allora, non avrei capito il senso di disperazione, rabbia e rassegnazione che pervade i personaggi con una lentezza devastante, che distrugge i loro animi e le loro speranze senza mai spegnere del tutto la loro fiamma.
Non mi sarebbe piaciuto quel senso di violenza, di cattiveria, quella rappresentazione dell’amicizia e dell’amore che io, piccola sognatrice, non riuscivo nemmeno a immaginare.

E invece ora, con due lauree alle spalle e i miei sogni un po’ più incrinati, ho divorato la storia di Lenù e Lila in poche settimane, come sperando di trovare in loro una risposta che la vita reale non mi ha mai concesso (non è d’altronde questo che cerchiamo nei libri, delle risposte?).

Sono rimasta folgorata dai personaggi, dalla storia, dai loro modi di pensare e di agire, dalla loro capacità di essere negativi, cattivi, disperati, distrutti eppure vivi, reali, a lungo incapaci di smettere di lottare e allo stesso tempo rassegnati alla vita reale che, sempre, ci aspetta al di fuori del libro.

Ho amato questa serie per quanto mi ha fatto male, per come ha bussato alle porte cattive della mia anima e ha chiesto udienza, perché ha deciso di sedersi di fronte a ciò che più odio di me e fargli sapere, con meschinità quasi gioiosa, che non sono speciale, non sono sola, nemmeno nel mio senso di disfatta.

Ma con una presentazione simile, perché dovreste leggere questa serie?

N.B: lascio al mondo di Internet il compito di condividere con voi la trama specifica di ogni singolo volume, ma mi riservo, durante questa riflessione sui punti cardine di questi romanzi, di citare passaggi, momenti ed eventi che caratterizzano i libri.
Non sono mai eccessivamente specifici, ma nemmeno cronologici, perciò se temete degli spoiler vi consiglierei di fermarvi qui e tornare dopo aver recuperato questa serie!

La trama

La serie de L’amica Geniale si compone di quattro libri: L’amica Geniale, Storia del nuovo cognome, Storia di chi fugge e di chi resta, Storia della bambina perduta.

È un romanzo che unisce generi: si può partire dalla base, ovvero storia di formazione, dato che segue le vite delle due protagoniste, Lenù e Lila, dall’infanzia fino all’età adulta; si può parlare di romanzo storico o sociale, perché racconta l’Italia dagli anni Cinquanta a oggi, con le sue guerre civili, le rivolte, le rivoluzioni, le violenze, i cambiamenti che hanno attraversato il paese; si può parlare di romanzo antropologico, arriverei a dire psicologico, perché indaga come tutti i movimenti storici abbiano cambiato poco l’Italia, chiedendosi come l’umanità possa muoversi tanto rimanendo sempre così statica; si può parlare di un romanzo famigliare, perché di famiglie si parla sempre, di quelle d’origine e quelle appena create, delle loro difficoltà e fratture; si può persino parlare di un romanzo d’amicizia, d’amore, senza che però queste accezioni ingannino chi legge, inducendo a pensare che Ferrante abbia concesso, almeno in questo, un sollievo per affrontare il resto del mondo.

Mi piace anche pensare questa serie come onnibiografica, perché inserisce nel microcosmo del Rione chiunque stia leggendo, lasciandoci recitare una parte anche quando vorremmo restare spettatori.  

I personaggi

Elena Ferrante riesce a nutrire i suoi personaggi di una forza ammaliatrice. Lenù e Lila occupano il primo posto, presentando due personalità opposte e contrastanti nelle quali però si trovano sempre motivi comuni.


Ma non solo loro attirano lo sguardo: Pasquale, Gigliola, Enzo, Antonio, Nadia, tutti i personaggi vengono raccontati in maniera chiara, definita, decisa. Si leggono i passati e si intuiscono i futuri e nonostante questo ci si trova, durante tutta la narrazione, a provare un desiderio continuo di saperne di più, di vedere ancora un po’ più in profondità.

Ferrante non è clemente con nessuno dei personaggi: nemmeno la protagonista, l’omonima Elena, si salva dalle scelte terribili, dai pensieri cattivi, dagli errori che, per quanto imperdonabili, la rendono umana.
È negli uomini della serie che l’autrice riesce però a instillare tutta la terribile e frustrante malvagità dell’umanità: si conquistano così la definizione di omm’e merd’ le figure maschili di questi romanzi, ognuno per i suoi vizi e incapacità.
Salviamo Enzo, che ci tengo a dividere da questa massa, ma inseriamo tutti gli altri per ragioni diverse: c’è chi si approfitta di tutto e tutti, c’è chi è inetto a vivere e relazionarsi con gli altri, c’è chi costruisce il suo successo solo grazie agli altri, c’è chi sul senso di superiorità erge la sua intera personalità.
Sono uomini violenti, vili, distruttivi ed eretti su certezze che non vogliono decostruire per paura di perdere quel poco di potere che sentono di avere.

Impossibile voler bene ad alcuni (Nino infame, per te solo lame), difficile sopportare altri, anche quando si può arrivare a comprendere le ragioni delle loro azioni.
Ma anche senza accettarli è importante vederli nel loro contesto, capire come si muovono e perché agiscono in un determinato modo, comprendere fino in fondo come, ancora una volta, le cose cambino, le generazioni passino eppure gli atteggiamenti si ripropongano.

Credo che una dei punti di forza di Ferrante siano proprio i personaggi che descrive in maniera così profonda, tagliente e sincera da renderli reali, percettibili, quasi tangibili durante la narrazione. Non mi stupirei di incontrare qualcuno di loro per strada. Non mi stupirei di averli già incontrati.

L’amicizia

Libri che parlano di amicizia, persino sorellanza, ne esistono molti.
Ma qui l’amicizia si tinge di note negative: l’amicizia di Lenù e Lila sembra essere ineluttabile, nonostante le due ragazze più volte si trovino in netto contrasto tra di loro. Si trovano e si perdono, si cercano e si lasciano, sentono il bisogno una dell’altra e allo stesso tempo si odiano profondamente.

L’amicizia sembra essere, in alcuni punti, un legame necessario non per la capacità di offrire sostegno reciproco, ma per l’esigenza di realizzarsi nell’altra ed essere, allo stesso tempo, riconosciute e apprezzate da chi si tiene in così alta considerazione.

Lila più volte dice a Lenù di continuare a studiare, di impegnarsi per ottenere ciò che lei non ha. Così Lenù, per quanti successi riesca ad ottenere, torna sempre a confrontarsi con Lila, con le sue azioni, con la sua approvazione.
Anche quando crescono, anche quando si allontanano, la loro amicizia sopravvive, come un’ossessione che torna sempre, che aspetta lì in un angolo il momento in cui siamo più fragili per attaccarci da dietro e ferirci.

Non è un’amicizia sempre felice, non è idealizzata né cieca: è un’amicizia ruvida quella che racconta Ferrante, un sentimento di cui, per necessità e paura, non ci si riesce a liberare, in cui ci si ritrova e ci si riconosce non solo nelle parti più belle ma in quelle più brutte.

“Capii che ero arrivata fin là piena di superbia e mi resi conto che – in buona fede certo, con affetto – avevo fatto tutto quel viaggio soprattutto per mostrarle ciò che lei aveva perso e ciò che io avevo vinto. Ma lei se ne era accorta fin dal momento in cui le ero comparsa davanti e ora […] stava reagendo spiegandomi di fatto che non avevo vinto niente, che al mondo non c’era alcunché da vincere, che la sua vita era piena di avventure diverse e scriteriate proprio quanto la mia, e che il tempo semplicemente scivolava via senza alcun senso, ed era bello solo vedersi ogni tanto per sentire il suono folle del cervello dell’una echeggiare dentro il suono folle del cervello dell’altra.”

La violenza e la cattiveria

Nella serie di Ferrante, la violenza e la cattiveria regnano padrone. Nel microcosmo del Rione così come nel mondo appena più grande dell’Italia, Lenù osserva e affronta una violenza perpetua, con la quale impara a convivere e che vive sempre con un misto di abitudinarietà e sconvolgimento.

“Ma solo per scoprire, nei decenni a venire, che mi ero sbagliata, che si trattava di una catena con anelli sempre più grandi: il rione rimandava alla città, la città all’Italia, l’Italia all’Europa, l’Europa a tutto il pianeta. E oggi la vedo così: non è il rione a essere malato, non è Napoli, è il globo terrestre, è l’universo, o gli universi. E l’abilità consiste nel nascondere e nascondersi lo stato vero delle cose.”

La diversa estrazione sociale permette poi all’autrice di riflettere su come la vita abbia un forte impatto sulla percezione (e accettazione) della violenza stessa: contrastano le risposte sconvolte e critiche di alcuni personaggi, che la violenza l’hanno sempre vista solo in televisione, con quelle date da chi, invece, con la violenza ci è andato a braccetto, da chi ci ha l’ha vista crescere tra le mura della propria casa.

E non è solo una violenza maschile quella che descrive Ferrante: è una violenza che corrode anche – soprattutto – le donne, che la inalano senza riuscire a sfogarla mai.

“Non ho nostalgia della nostra infanzia, è piena di violenza. Ci succedeva di tutto, in casa e fuori, ogni giorno, ma non ricordo di aver mai pensato che la vita che c’era capitata fosse particolarmente brutta. La vita era così e basta, crescevamo con l’obbligo di renderla difficile agli altri prima che gli altri la rendessero difficile a noi. […] Le donne combattevano tra loro più degli uomini, si prendevano per i capelli, si facevano male. Far male era una malattia. Da bambina mi sono immaginata animali piccolissimi, quasi invisibili, che venivano di notte nel rione, uscivano dagli stagni, dalle carrozze in disuso dei treni oltre il terrapieno […] ed entravano nell’acqua e nel cibo e nell’aria, rendendo le nostre mamme, le nonne, rabbiose come cagne assetate. Erano contaminate più degli uomini, perché i maschi diventavano furiosi di continuo ma alla fine si calmavano, mentre le femmine, che erano all’apparenza silenziose, accomodanti, quando si arrabbiavano andavano fino in fondo alle loro furie senza fermarsi più”

Alla violenza, poi, si accosta anche la cattiveria, che ha ramificazioni diverse: talvolta è palese, nei gesti e nelle parole, talvolta è celata, deviata, subdola. Spesso è una cattiveria di risposta, un tentativo di dare spazio ad angosce e paure che non vengono ascoltate.

È la cattiveria di Melina che sporca i panni e lancia insulti, è la cattiveria di Gigliola che critica le sue compagne di gioco, ed è soprattutto la cattiveria di Lila, più volte citata, una cattiveria intelligente, che si manifesta sempre quando meno te lo aspetti, colpendo lì dove fa più male.
Non è un sentimento facile da leggere, la cattiveria, perché tocca corde di noi che spesso cerchiamo di nascondere: è la cattiveria del vedere qualcuno che si odia fallire e provarci gusto, sperare che una persona non sia più felice di noi, desiderare che il nostro successo oscuri quello altrui.
Un sentimento che vorremmo non ci appartenesse, che spesso celiamo e soffochiamo per tante ragioni diverse. E invece Ferrante lo getta addosso a chi legge, lo imprime sulla pagina così tante volte da impedire di saltarlo, di dimenticarlo.

La cattiveria di Ferrante è farti vivere l’essere cattivo altrui e spingerti a domandarti se anche tu, sotto sotto, non avresti provato lo stesso.

L’istruzione

Il valore e senso dell’istruzione cambia e si modella nel corso della narrazione, lasciando anche in che legge un primo senso di speranza che si fa lentamente insoddisfazione.
Questo perché, nel primo romanzo, Lenù e Lila vivono l’educazione come uno strumento potente, capace di liberarle dalla vita di violenze e povertà che le circonda, di dare a entrambe il potere necessario a contrastare le ingiustizie.
Scena cardine è la lettura di Piccole Donne, dopo la quale Lila si convince a voler scrivere un libro allo scopo di arricchirsi.
Questa sua attrazione verso la cultura non la abbandonerà mai, forse perché viene privata dell’istruzione scolastica, della possibilità di sviluppare un potenziale che sente dentro: è continuo il desiderio di Lila di appoggiarsi alla cultura come strumento di rivalsa, come modo per combattere la cattiveria e la violenza del Rione, per riuscire a ottenere qualcosa di valido dalla vita.
Come dice Ferrante

“[Lila] Privata dell’intero percorso scolastico, – all’epoca fondamentale innanzitutto per le femmine, e per le femmine povere – smistate su Lenuccia le proprie ambizioni di ascesa socioculturale, lo studio per Lila diventa la manifestazione di un’ansia permanente dell’intelligenza, una necessità imposta dalle infinite disordinatissime circostanze dell’esistenza, uno strumento di lotta quotidiana (funzione quest’ultima a cui Lila cerca di ridurre anche la sua amica ‘che ha studiato’) […]”

Diversa è la percezione di Lenù, che invece riesce a studiare e anzi proprio sull’istruzione concentra la sua vita (e personalità) fino all’università, se non oltre.
L’istruzione che diventa per lei un elemento di rivalsa contro l’amica, che è sempre stata considerata più intelligente ma che, a differenza sua, non ha potuto studiare.
E diventa anche un elemento di alienazione: ritornare al Rione diventa sempre più difficile, più isolante, perché i suoi compagni, i suoi amici, la osservano con un misto di riverenza e diffidenza, incapaci di stare al passo con lei che “parla italiano”, percependola come un’estranea dalla loro realtà, dalla loro vita.

Ma l’istruzione, anche per Elena, si dimostra presto inutile, inefficace: non è grazie ai suoi studi che ottiene il successo, non è grazie all’impegno scolastico che lei, Pietro o Nino, ricevono un riconoscimento accademico e lavorativo. Non è un ambiente meritocratico quello in cui è cresciuta, ma poco diverso è quello in cui si è spostata: i nomi, il potere, la ricchezza aprono le porte, mai le conoscenze.
Anche con Pietro il rapporto è sempre macchiato da questa disparità, poiché quest’ultimo è incapace di vedere il mondo dal quale lei viene, è incapace di capire la rabbia di crescere con la convinzione di poter cambiare qualcosa impegnandosi e scoprire poi che questo cambiamento non avverrà mai.

“Studiare era considerato un trucco dei ragazzi più svegli per sottrarsi alla fatica.
Come faccio a spiegare, pensai, che dall’età di 6 anni sono schiava di lettere e numeri, che il mio umore dipende dalla buona riuscita delle loro combinazioni, che questa gioia di aver fatto bene bene è rara, instabile, che dura un’ora, un pomeriggio, una notte?”

Ferrante descrive un mondo che cambia, in cui si sgretolano certezze e la speranza che l’istruzione possa davvero portare a un miglioramento sociale ed economico, in cui si fa sempre più spazio la terribile consapevolezza che niente è cambiato davvero.

La famiglia

In questa serie le famiglie sono tante e tutte si intrecciano tra loro al punto da avermi fatto temere, in un primo momento, di non riuscire a riconoscerle e ricordarle tutte.
Invece il riconoscimento è risultato quasi fluido, armonico, perché nei bambini che crescevano con Lenù e Lila si sono integrate con facilità anche le famiglie di provenienza.

Ferrante racconta in un’intervista come

“la famiglia è di per sé violenta, lo è tutto ciò che si fonda su legami di sangue, vale a dire legami non scelti,  legami che ci impongono la responsabilità dell’altro anche se non c’è stato mai un momento in cui abbiamo deciso di assumercela. I buoni sentimenti e i cattivi sono sempre eccessivi, nella famiglia: affermiamo esageratamente i primi e neghiamo esageratamente i secondi.”

Non potrei usare termini migliori per descrivere queste famiglie, che di felice hanno poco e niente: sono fratturate dalla vita e dagli altri, sono costruite sulle tradizioni, sulla rabbia e la rassegnazione, sulle necessità immediate dalle quali è impossibile scappare.
Le famiglie d’origine, quelle da cui i bambini del primo romanzo nascono, sono poi specchi delle famiglie formate nei seguiti della storia.

“Possibile che i genitori non muoiano mai, che ogni figlio se li covi dentro inevitabilmente?”

*Qui lo spoiler è grande, quindi lo sottolineo, saltate se non avete letto almeno i primi tre volumi*

Il matrimonio di Lila serve a salvarla dai Solara, il matrimonio di Lenù per garantirle una sicurezza, un’uscita definitiva dal Rione.
Ma il primo risulta essere un inganno, il secondo una nuova prigione, più brillante eppure non meno soffocante.

Lila comprende per la prima volta dopo il matrimonio di non essere sempre capace di stare un passo avanti, di non poter fuggire dalle logiche interne del Rione da cui però non riesce a staccarsi. Il matrimonio di Lila fallisce prima ancora di cominciare, viene calpestato in maniera definitiva dalle scarpe con cui Marcello Solara si presenta al pranzo. 


Ma il matrimonio di Elena, all’apparenza più solido, si rivela già nella sua nascita tanto fallimentare come quello dell’amica: la violenza non è qui fisica, ma mentale, di logoramento. I due si frequentano, si fidanzano e si sposano senza che si percepisca mai un sentimento più forte di una gentile sopportazione.
Questo perché Pietro si innamora di un’idea ed Elena di un futuro: sono attratti non da chi sono, ma da chi rappresentano, dalla rassicurazione di non dover cercare oltre un porto dove riposare.

“Io cercavo stimoli, non conflitti. Ipotesi di ricerca, non dogmi. Forse c’è qualcosa che non va in questa volontà degli uomini di istruirci. Ero una ragazzina, allora, e non mi accorgevo che, in quel suo volermi trasformare, c’era la prova che non gli piacevo com’ero.
Voleva fossi un’altra, o meglio: non desiderava una donna e basta, ma una donna come immaginava di poter essere lui stesso se fosse stato una donna.
Per lui, dissi, ero una possibilità di espandersi nel femminile, di prenderne possesso: costituivo la prova della sua onnipotenza, la dimostrazione che sapeva essere non solo uomo al modo giusto, ma anche donna.”

E così, le due famiglie che vengono a formarsi partono, come quelle del Rione, da basi fragili e instabili: non sono favole a lieto fine e, anche quando si presentano quiete, portano in sé il seme della tempesta, della distruzione.
Se queste sono le premesse alla nascita della famiglia, le conseguenze non possono che esserne influenzate: così i figli, messi al mondo contro la loro volontà, anche quando amati subiscono i sentimenti dei genitori e sono incapaci di salvarsi, troppo piccoli per vedere la nave che già comincia ad affondare.

La rappresentazione della maternità meriterebbe un articolo a parte (che prima o poi scriverò), ma fondamentale per me in questa lettura è stata la mancanza di aspirazione al miglioramento: Lenù e Lila fanno del loro meglio, quando e come possono (sbagliano, talvolta in modo terribile e atroce, questo non va dimenticato), ma mai si innalzano sopra i loro genitori.
Anche quando si dimostrano più amorevoli, più gentili, non riescono a spezzare quella corda di infelicità che le trattiene.
Non ho sentito in questo romanzo un senso di competizione eccessivo, sbandierato e, soprattutto, vittorioso: Lila cerca di crescere il figlio “intelligente”, studiando ore e ore i migliori metodi di apprendimento, ma si arrende presto all’impossibilità della vita di lasciarle il tempo necessario da dedicargli; Lenù è presente, affettuosa e attenta, ma per quanto ami la gravidanza e abbia studiato si ritrova spesso spaesata di fronte alle figlie e, alla fine, prende decisioni che le feriscono con una fermezza quasi disarmante.

Non sono belle famiglie quelle d’origine e, da esse, non sembrano nascerne di migliori.
La domanda torna quindi ad essere la stessa: è possibile per Ferrante un miglioramento? Un lieto fine?

La crisi del lieto fine

Non credo ci siano parole più chiare di quelle di Ferrante per comprendere il rapporto che ha con il lieto fine.

“Mi consolano le storie che dopo aver attraversato l’orrore impongono una svolta, quelle dove qualcuno si redime a riprova che pace e felicità sono possibili o che si può tornare in un privato o pubblico eden. Ma mi sono provata a scriverne, in passato, e ho scoperto che non ci credevo. Sono attratta invece dalle immagini di crisi, dai sigilli che si spezzano, e forse le smarginature vengono di lì.”

Già dalle prime pagine di L’amica Geniale è chiaro che il desiderio primario dell’autrice non è regalare un lieto fine a chi legge.
Non aspettatevi, leggendo questo romanzo, di trovare un percorso di ascesa dei personaggi, un inizio tragico che è premessa per un finale di gioia e speranza. Non sembra essere questo l’obiettivo della narrazione, che anzi accosta con facilità quasi disarmante le angosce alle gioie, che a loro volta non sono mai complete, ma tinte di una sfumatura di insoddisfazione sempre in agguato.

Le vittorie sono temporanee, effimere e, talvolta, insignificanti. E rimangono vittorie piccole, che scalfiscono una superficie di indifferenza e disperazione impossibile da tirare via.
Quelle che racconta Elena Ferrante non sono infanzie felici, non sono adolescenze spensierate, non sono età adulte di saldo pragmatismo, non sono vecchiaie di riposo.

La bellezza però sta proprio in questo: chiudendo l’ultimo libro, Storia della bambina perduta, non si ha la sensazione che la conclusione sia un regalo fatto a chi legge, un barlume di speranza per poter finalmente tirare un sospiro di sollievo. È una storia vera, con un finale vero, che non ci soddisfa perché la vita non è capace di soddisfarci. Perché, come si legge nei romanzi

Nelle favole si fa come si vuole.
Nella realtà si fa come si può.

È un finale non finale, perché, come dice anche la narratrice, si potrebbe andare avanti ancora a lungo a raccontare storie, ad analizzare dettagli, a riprendere e riflettere su eventi passati e presenti. Si potrebbe continuare all’infinito a scrivere, perché per ogni storia raccontata un’altra viene dimenticata.
Ma questa ricerca del dettaglio è destinata a portare all’insoddisfazione: primo, perché la ricerca stessa, che sembra avere come scopo ultimo l’individuazione di un elemento positivo o di speranza, non potrà far altro che rivelare altre bruttezze, smarginature, cattiverie; secondo, perché un finale indica una conclusione e una conclusione indica una chiusura. Il cerchio che si chiude, la fine che torna al suo inizio.

Ferrante concede a chi legge un punto di contatto, rappresentato da un oggetto che però non citerò, ma allo stesso tempo segnala che, sebbene questa storia si sia conclusa, ce ne sono centinaia che rimangono aperte, insoddisfatte.
Potremmo potenzialmente sapere tante altre cose, ma, proprio come nella vita, sapere tutto rimane sempre un obiettivo irraggiungibile.

Conclusioni

Leggere questa serie non è facile, a volte nemmeno scorrevole. Ma per chiunque ami immergersi in storie di persone vere, per chi osserva la vita nelle sue radici più profonde, sarà un viaggio indimenticabile.

Non è la storia che vi consiglierei se volete approcciarvi a qualcosa di felice e allegro, ma non fatevi ingannare dalla quantità di libri perché, se darete la possibilità a voi stessi di riconoscervi in Lila e Lenù, sarà impossibile staccarsi dalle pagine di questi romanzi.

E voi, avete letto la serie di L’amica Geniale? Avete visto la serie tv? Vi è piaciuta?
Fatemi sapere in un commento!

Articolo scritto da Sophia